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Antonio Scopel: i tedeschi nel feltrino

Antonio Scopel era il mio pro-prozio. Per essere precisi il fratello della madre di mio nonno e ne ho sempre sentito parlare fin da bambina. Il famoso “zio prete”, figura presente un po’ in tutte le famiglie italiane di una certa epoca.

E questo zio ha anche una particolarità, ha scritto un piccolo best seller.

Erano anni che volevo leggerlo, ma la tematica mi aveva sempre fatto desistere e poi eccolo, arriva il lockdown, le prospettive cambiano e la sera prima di dormire inizio a leggere: i tedeschi nel feltrino, 1917-1918.

Ammettetelo: vi è già venuta voglia di correre a cercarlo in libreria.

Di sera in sera, leggere le sue righe, mi ha fatto conoscere Antonio Scopel che ha smesso di essere un’icona familiare, ma è diventato quasi un amico che ogni giorno mi scriveva un’email in cui mi raccontava cosa aveva fatto. In pratica un filo con il passato.

Ho iniziato ad avere famigliarità con luoghi che conoscevo solo di nome, che diventavano sempre più reali, insieme alle persone che li abitavano e alle loro vicissitudini quotidiane con la guerra, ma soprattutto la paura e la fame. Una fame che sentivi appena sveglio la mattina e non ti lasciava mai fino a sera.

Accanto a tutto questo c’è comunque la vita. Una vita che comunque sia continuava, fatta anche di episodi che mi hanno fatta sorridere e hanno reso Antonio, per me, ancora più “vivo” e reale.

La storia del soldato sloveno

Seren del Grappa

Gli austriaci, sul finire della prima guerra mondiale, diventati sempre più sospettosi, si convinsero che i preti erano spie degli italiani e quindi imposero loro molte limitazioni negli spostamenti e l’obbligo di essere sempre accompagnati da un militare. Una mattina Don Antonio doveva recarsi urgentemente da alcuni parrocchiani al Col dei Bof e si vide affidato ad un giovane soldato.

Lungo tutta la strada il soldato non disse mai una parola e non lo lasciò mai solo, nemmeno durante un battesimo e una confessione. Don Antonio, che invece amava parlare non resistette e, sulla via del rientro, cercò almeno di capire che lingua parlasse e da dove venisse il suo custode.

In un italiano stentato il soldato gli disse di essere sloveno, e di non parlare molto perché una sera, incrociando una vecchina, le disse “dobro vecer” (buona sera in sloveno) e questa, inferocita, capendo “bruta vecia” aveva risposto “sei tu un brutto tedesco” e vedendola prendere un bastone di legno era fuggito a gambe levate.

In mezzo alla tragedia della Prima Guerra Mondiale, con le devastazioni e le atrocità vissute nel feltrino, questa donna offesa nella sua femminilità ci riporta a emozioni e sentimenti che possono essere condivisi da tutte le donne di ogni epoca e situazione. L’immagine del giovane sodato che fugge, spaventato di fronte alla furia femminile ci fa sorridere, come avrà sorriso anche Don Antonio o almeno io spero che lo abbia fatto, avendone almeno un attimo di sollievo da tutto quello che lo circondava.

Ma chi era Don Antonio Scopel?

Seren del Grappa

D. A. Scopel nasce il 08/07/1885 a Seren del Grappa (BL), figlio di una famiglia numerosa entra in seminario e diventa sacerdote nel 1913. Durante la prima guerra mondiale è il parroco di Valle di Seren.

Ogni sera annota fatti e osservazioni del giorno nei sui diari che verranno pubblicati ed in cui racconta gli anni più difficili dell’occupazione tedesca durante la prima guerra mondiale.

Potrà sembrare strano oggi, ma quel volumetto fu un piccolo best seller negli anni successivi alla guerra in cui i diari di guerra erano un genere letterario molto in voga.

Quando tutti i fatti narrati accadevano, Antonio era poco più che trentenne, un uomo nel pieno delle sue forze che usava intelligenza e coraggio per svolgere il suo ministero. Dalle cose più semplici come imparare alcune parole in tedesco per superare i posti di blocco dicendo di essere il “*pfarrer von Valle*” (parroco di Valle) a non abbandonare la sua canonica fino all’ultimo.

Finito il lockdown in questa strana estate di uno strano anno, ci sono venuta a Seren del Grappa. Siamo andati fino a Valle a vedere la “sua” chiesa e sono rimasta sorpresa dalla bellezza della strada per arrivarci e dei luoghi della zona. Me lo sono immaginato, lui, Don Antonio che camminava con il lungo abito talare nero lungo i sentieri per raggiungere i parrocchiani più lontani o malati, come quella volta che non avendo il lasciapassare si nascose tra la vegetazione e trovato un luogo più riparato si lanciò nell’attraversamento del torrente sperando di sfuggire al posto di blocco.

La mia visita finisce al cimitero di Seren del Grappa dove è stato sepolto l’11/09/1966, dopo trentaquattro anni passati come parroco di Villabruna (BL) e dieci come cappellano nell’ospedale di Lamon.

Strano venirti a trovare al cimitero, ti immaginavo in piedi sulla porta della chiesa di Valle che mi aspettavi sorridente e poi in canonica mi avresti offerto un bel bicchiere di vino rosso e avremmo riso e parlato di come stavano i parenti.

Seren del Grappa

I luoghi del feltrino mi hanno conquistata facendomi sentire un legame con questa terra che mai avrei immaginato e per questo tornerò. Appena potrò tornerò e questa volta mi fermerò più a lungo e andrò al Col dei Bof per vedere gli antichi sfojaroi.